Quando si parla di economia circolare in edilizia, il punto non è “riciclare a prescindere”, ma costruire una filiera capace di trasformare un residuo industriale in un materiale tecnico tracciabile, qualificato e utilizzabile. Nel caso della siderurgia, il tema è centrale perché le scorie sono tra i principali co-prodotti solidi derivanti dalla produzione di acciaio.

Questo articolo ricostruisce, con taglio operativo per addetti ai lavori, la filiera tipica di recupero delle scorie e il ruolo che DI.MA. può avere nel trasformare un potenziale destino “discarica” in una nuova risorsa per le costruzioni.

1) Da dove arrivano le scorie: non esiste “la scoria” al singolare

Le scorie cambiano in base al processo produttivo:

  • Ciclo integrale BF-BOF (altoforno + convertitore ad ossigeno): produce scorie legate sia alla fase di produzione della ghisa sia alla raffinazione.
  • Ciclo EAF (forno ad arco elettrico): produce scorie durante la fusione/raffinazione del rottame (e/o DRI), con caratteristiche diverse rispetto al ciclo BF-BOF.

Fonti di settore (worldsteel) ricordano anche l’ordine di grandezza: circa 100 kg di co-prodotti per tonnellata di acciaio nel percorso EAF e circa 400 kg nel percorso BF-BOF (valori medi).

Implicazione pratica: parlare di recupero “delle scorie” richiede sempre di chiarire tipologia e provenienza, perché da lì dipendono trattamenti, controlli e campi d’impiego.

2) Quando una scoria evita la discarica: quadro normativo essenziale

La “via d’uscita” dalla discarica passa da due concetti chiave della normativa:

  • Sottoprodotto: un residuo di produzione può essere qualificato come sottoprodotto (e quindi non rifiuto) solo se rispetta tutte le condizioni previste dalla norma (certezza dell’uso, uso diretto senza trattamenti oltre la normale pratica industriale, legalità e requisiti ambientali/sanitari, ecc.). In Italia il riferimento è l’art. 184-bis del D.Lgs. 152/2006.
  • End of Waste: un materiale che nasce come rifiuto può cessare di essere rifiuto dopo un’operazione di recupero se soddisfa criteri specifici; il quadro europeo è nella Direttiva 2008/98/CE (art. 6) e in Italia nella disciplina nazionale collegata, con indirizzi e aggiornamenti raccolti anche dal MASE.

Traduzione operativa:

La circolarità “risolve la discarica” quando esiste una filiera che:

  • intercetta il materiale,
  • lo tratta con processi controllati,
  • lo qualifica con prove e documenti,
  • lo reimmette nel mercato con un uso definito.

3) La filiera tecnica del recupero: dalla scoria all’aggregato per le costruzioni

Di seguito la sequenza tipica (semplificata, ma coerente con prassi industriali e linee guida tecniche):

  • Generazione e prima gestione in acciaieria

La scoria si forma come fase separata durante i processi di fusione/raffinazione. Viene poi gestita con logiche di raccolta e stoccaggio che dipendono dall’impianto e dal ciclo produttivo.

  • Trasferimento alla filiera di recupero

Qui entrano in gioco operatori autorizzati che eseguono attività di recupero/trattamento nel rispetto delle autorizzazioni ambientali applicabili (AIA, ecc.). Il tema autorizzativo e di controllo è parte integrante della qualità del materiale “in uscita”.

  • Trattamenti industriali (il cuore della trasformazione)

I passaggi variano in funzione della scoria e del campo d’impiego, ma nella pratica includono spesso:

  • raffreddamento/maturazione (aging) per stabilizzare il materiale e ridurre fenomeni indesiderati;
  • separazione di frazioni metalliche residue (recupero del metallo, ulteriore contributo alla circolarità);
  • frantumazione, deferrizzazione, vagliatura e selezione granulometrica;
  • controlli di processo e di prodotto.

L’obiettivo è ottenere un aggregato con caratteristiche ripetibili e idonee alle applicazioni previste. Le linee guida tecniche sul tema (es. scoria nera EAF) richiamano esplicitamente il collegamento tra utilizzi e norme tecniche di riferimento per gli aggregati.

  • Qualifica tecnica e marcatura (dove applicabile)

Per molti impieghi in opere civili e stradali si entra nel perimetro di norme armonizzate e requisiti prestazionali. Tra le norme più citate per aggregati di origine anche industriale/riciclata:

  • EN 13242 (materiali non legati e legati con leganti idraulici per opere civili e strade),
  • EN 12620 (aggregati per calcestruzzo),
  • EN 13043 (aggregati per miscele bituminose),
  • EN 13139 (aggregati per malte).

4) Dove si posiziona DI.MA. nella filiera

Nel caso DI.MA., la filiera viene esplicitata in modo chiaro nei documenti tecnici di prodotto:

L’aggregato industriale DIMA nasce da attività di recupero della scoria nera di acciaieria con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’uso di materie prime e minimizzare lo smaltimento in discarica di materiali recuperabili, in ottica di economia circolare.

Lo stesso aggregato viene impiegato, ad esempio, nella realizzazione dei blocchi no armati in calcestruzzo QUBECO: il calcestruzzo dei QUBECO è composto circa al 70% da aggregato industriale DIMA (il restante da aggregato fine naturale).

Inoltre, l’aggregato DIMA, risulta associato ad asserzione ambientale rilasciata in accordo alla UNI/PdR 88:2020 per supportare gli utilizzatori nel percorso di conformità ai CAM nei propri mix design.

Questo è un punto importante per chi lavora su capitolati, gare e verifiche: la circolarità, per essere “spendibile”, deve essere documentabile.

5) Collegamento con CAM e UNI/PdR 88: perché la documentazione conta quanto il materiale

I CAM sono definiti dal Ministero e, per l’edilizia, trovano riferimento nel DM 26 novembre 2026 pubblicato in Gazzetta Ufficiale e s.m.i.

La UNI/PdR 88:2020 definisce criteri e modalità di riciclato/recuperato/sottoprodotto dichiarato nei prodotti, con un impianto pensato anche per l’uso in ambito CAM.

Rispondiamo alla domanda di un tecnico di cantiere, un progettista o un’impresa:

“Ho un materiale recuperato: posso dimostrarlo con un riferimento riconosciuto e verificabile?”

La logica UNI/PdR 88 serve proprio a rendere il dato robusto e spendibile nei processi di controllo e acquisto.

6) In sintesi: perché questa filiera “risolve” la discarica

La discarica è spesso la conseguenza di una filiera incompleta. La circolarità funziona quando esistono:

  • un materiale recuperabile (scoria),
  • un operatore in grado di trasformarlo con processi controllati,
  • una qualificazione tecnica per gli impieghi,
  • documentazione ambientale coerente con i requisiti richiesti dal mercato pubblico/privato.

Il contributo di DI.MA. consiste nel valorizzare la scoria nera trasformandola in aggregato industriale e integrarla in soluzioni tecniche, riducendo pressione su cave e discariche (minor consumo di suolo derivante dall’attività estrattiva e minimizzare gli spazi in discarica per quei rifiuti ancora non recuperabili).